STALLI DEL TONNO

stalli del tonno

Le parti del tonno

Ventresca: parte nobile ricavata dai muscoli del ventre più grassi e morbidi, generalmente venduta a filetti.Bottarga: uova di tonno essiccate e lavorate, dal colore rosa scuro e il sapore intenso e persistente. Vengono realizzate dall’essiccazione delle sacche ovariche del tonno appena pescato, e commercializzate in polvere o panetti da grattugiareTarantello: parte sotto la pelle dell’addome. Grassa, ma non come la ventresca. Per molti è la giusta via di mezzo tra la ventresca e il resto della carne.Tonnina: di solito si intendono i filetti in salamoia, ma per i siciliani la “tunnina” è anche la carne del tonno.Cuore di tonno: salato, pressato o essiccato, tipico della provincia di Trapani, dal gusto deciso e solitamente servito a fette sottili, condito solo con un filo d’olio e una fettina di limone.Guance: uno dei sapori più seducenti dell’animale, specie se cotte alla brace. Ma si mangiano anche crude o in altre preparazione. Un’altra parte molto molto grassa e ghiottissima dell’animale.Ficazza: specialità del trapanese a base dei muscoli dorsali e le parti più vicine alle spine. Una sorta di salsiccia di tonno di colore scuro da mangiare a fettine.Musciame: filetto di tonno sotto sale di colore scuro.Lattume: prodotto ottenuto dalle gonadi (sacca del liquido seminale del tonno) messe sotto sale. Insomma, lo sperma del tonno maschio corrispettivo goloso della bottarga che sono le uova del tonno femmina. Generalmente, viene venduto in vasetto.Trippa: sorprendentemente molto simile, una volta lavorata e cucinata spesso con pomodoro cipolle e patate, ad una normalissima trippa bovina. A Carloforte, in carlofortino, si chiama belu.Buzzonaglia: parti più piccole e meno pregiate, che non vengono usate per gli altri prodotti. Viene usata solitamente per condire la pasta.

TROPPO SALE

Massimo Montanari su WineNews

Sarà una Pasqua diversa, anche a tavola. La quarantena getta un ostacolo sui nostri riti, come li abbiamo sempre conosciuti e praticati. Già, perché la cucina ha un valore simbolico che si intreccia con questa festività ma con connotazioni che si allacciano alla religione, ai costumi ed all’evoluzione della nostra società. E che adesso assumono un significato particolare non solo nel presente ma anche in ottica post Covid-19. Riflessioni, queste, che arrivano da una conversazione di WineNews con Massimo Montanari, considerato uno dei massimi storici contemporanei oltre che docente di storia medievale e dell’alimentazione all’Università di Bologna.
Ma che significato assume la tavola pasquale attraverso il racconto dei suoi piatti simbolo? “Non esiste uno standard uniforme per tutti – spiega Montanari – la Pasqua è una festa universale, nel mondo cristiano, nel mondo ebraico, nel mondo islamico e in tutte le religioni anche pre-cristiane e pre-ebraiche. Diciamo che esiste una versione naturalistica della Pasqua come festa della rinascita della natura, come festa della primavera. Poi ci sono delle declinazioni storico-religiose di questo evento legato a racconti, storie e miti. La Pasqua ebraica ricorda la fuga dall’Egitto degli ebrei che tornano nella terra promessa e da lì nascono alcuni simboli importanti che sono tra l’altro rimasti nella nostra tradizione: come quello dell’agnello, l’animale che fa compagnia agli ebrei nel deserto durante questo ritorno nella Palestina. Direi, però, che, dal punto di vista simbolico, l’elemento più comune e costitutivo dell’idea di Pasqua è l’uovo. L’uovo come segno della rinascita. Ovviamente la Pasqua cristiana celebra una rinascita diversa ma l’uovo ne diventa il simbolo alimentare. L’uovo che entra nelle tante preparazioni come le torte pasquali, l’uovo sodo, l’uovo che viene benedetto o che diventa di cioccolato nella moderna industria alimentare”.
Ma più che il contatto con il cibo, ciò di cui ci sentiremo privati è il calore umano. La tavola come emblema dell’unione familiare, del ritrovo collegiale. Montanari sottolinea questa sottrazione ma allo stesso tempo nota come le persone hanno già prodotto degli “anticorpi” a questo allontanamento fisico. “Quello che ci mancherà – dice Montanari – è soprattutto la compagnia, la convivialità. Anche se questo periodo di “domiciliazione forzata” ha in qualche modo accentuato l’idea della convivialità come sentirsi insieme, come desiderio di condividere. Abbiamo visto in queste settimane degli spettacoli culturali di persone che suonano, parlano e bevono insieme da luoghi diversi. Penso che la stessa cosa succederà per la Pasqua che, in qualche modo, è proprio l’essenza della convivialità, un aspetto che paradossalmente emerge con un’assenza delle persone ma una presenza della loro compagnia. Io trovo questo molto bello, direi che non è una distanza ma una vicinanza sociale nella distanza fisica. Una reazione commovente in questo momento che stiamo vivendo”.
Viene da pensare che come in tutti i grandi eventi epocali e le grandi crisi, qualcosa di cambiato rimarrà in tanti aspetti. Come muterà il nostro approccio filosofico, ideale ma anche pratico al vino, al cibo e all’agricoltura che poi è la base di tutte le produzioni? “Condenserei tutto questo – continua Montanari – in una parola: rispetto. Ho l’impressione che nei confronti del cibo, del vino, di tutti quelli che sono i prodotti del lavoro dell’uomo, sia stia verificando una sorta di avvicinamento affettivo, a partire dal fatto che il cibo e il vino sono elementi essenziali della vita. Una ovvietà che assume tutto il suo spessore emotivo nei momenti di difficoltà. Quando noi vediamo le lunghe file nei supermercati, sono forme anche un po’ patologiche, se vogliamo, ma che hanno un fondo importante nel desiderio di avere cibo e di stare al mondo. Anche la pratica attuale di cucinare in casa, di prepararsi il cibo, magari di misurarlo meglio per non sprecarlo e di fare bene i conti su quello che ci serve ho l’impressione che aiuti a riacquistare, nei confronti del cibo e del vino, un rapporto interattivo. L’abbondanza che abbiamo vissuto nei decenni scorsi ce le ha fatte considerare meno queste cose, le abbiamo date per scontate. Adesso invece capiamo che sono le più importanti della nostra vita e ci avviciniamo ad esse con più empatia. Io credo che da questa brutta esperienza ne usciremo con una forma maggiore di rispetto nei confronti di quello che mangiamo e di quello che beviamo. Sarà qualcosa di utile e anche di bello. Mangiare e bere sono gesti che io chiamo di relazione tra noi e qualcosa.

 

Alimentazione e gastronomia nell’antica Greci
TANTO PESCE, POCA CARNE

Alimentazione e gastronomia nell’antica Grecia

 TANTO PESCE, POCA CARNE

(dalla cucina pastorale di Omero alle ‘mille e una’ ricetta di Archestrato di Gela)

 Il mio primo intento nella scelta del titolo  per questa nota è quello di  segnalare  che: 

  • sarebbe bene ridimensionare l’importanza dell’ecatombe e dei banchetti omerici a tutto vantaggio di ciò che, a proposito del gusto, ci raccontano  gli autori  letterari  del periodo storico  dal V sec. a.C. al III sec. a.C.,  perché questi autori ci parlano soprattutto di cucina di  pesce.  
  • sarebbe bene  considerare di più il postulato dell’alimentazione presso gli Antichi Greci: sobrietà alimentare e frugalità; la tavola dei Greci, anche nei momenti di maggior fulgore e ricchezza, dal IV sec. a.C.  a tutto il III sec. a.C., è sempre stata contraddistinta  dalla prima di queste due espressioni, e se paragoniamo questa alla varietà e alla sontuosità della cucina del vicino Oriente o alla successiva raffinata cucina romana  di epoca imperiale, ci accorgiamo che rasentò la frugalità. 

Le tappe letterarie più importanti  attraverso 5 sec. di storia greca riguardano:  l’Iliade e l’Odissea (lo specchio preclassico, per  l’VIII-VII sec. a.C. ), la commedia (lo specchio classico, per il V sec. a.C. )  il genio culinario di Archestrato  nel IV sec. a.C..

Archestrato è sicuramente l’autore, il poeta, che non solo capì ed insegnò l’importanza del gusto  ma risulta oggi particolarmente vicino alla nostra mentalità  per la sua scelta di vita:  a) procurarsi sempre gli ingredienti migliori, anche se semplici, e  limitati nel numero. b) gustare il loro ‘vero’ sapore con cotture semplici ma attente, senza  sminuire il sapore dell’ingrediente di base con troppe aggiunte.

A proposito della cucina di carne: 

Nell’Iliade:

  • il consumo della carne da parte degli eroi, da Achille ad Aiace ad Agamennone, funge da

 indicatore  primario di appartenenza alla loro classe sociale, quella aristocratica: 

 la carne è l’alimento primario degli eroi che sono ‘ricchi’, quindi possono permettersi economicamente questo ingrediente, e sono ‘combattenti’, quindi hanno bisogno di molte proteine.

  • l’uso della carne ci viene testimoniato dalla scena tipica del banchetto:  

      1. non esiste l’arte culinaria: sono gli eroi  in persona a preparare le vivande nel modo più semplice

      2. non abbiamo  alcun dettaglio gustoso perché è il pudore ad accompagnare sempre  gli eroi omerici  nel manifestare le loro voglie poco degne: è concesso  sfamarsi di gusto ma mai assaggiare per gola (come non si esternano gli affetti così non si esternano i peccati di gola) 

      3. c’ era già, comunque, il piacere della tavola  perché Omero ci dice che si dava inizio al banchetto   solo dopo che tutti avevano finito la loro fatica  di cucina e dopo aver preparata la mensa’.  Quindi erano  tempi diversi quelli del cucinare e del banchettare  

      4. le scene della ‘preparazione dei banchetti’ ( preceduti nella norma dal sacrificio agli dei) sono molto simili tra loro e prevedono: la macellazione dell’animale e immediatamente dopo (senza alcuna frollatura) il taglio e la cottura arrosto.

  • manca  completamente la figura del cuoco di professione che nascerà e si svilupperà a  partire dal IV° sec. e che tanta parte avrà nel filone della commedia  di Aristofane e soprattutto di Menandro (di solito  uno chef affittato a giornata per imbandire la tavola di qualche festa nelle case private).

Nell’ Odissea:

  • se nell’Iliade non compaiono mai il pesce o le  verdure ,  nell’Odissea  Omero ci dice che Laerte, il padre di Ulisse, coltivava l’orto e quindi sicuramente la verdura veniva abbondantemente consumata.
  • Nella descrizione del banchetto offerto da Alcinoo  ad Odisseo si legge genericamente  di 

ghiottonerie e di manicaretti di ogni tipo, pietanze diverse quindi dai semplici pezzi di carne arrostite di cui si parla nell’Iliade.

  • nell’Odissea ogni tanto si parla di battute di caccia  e della cattura di selvaggina ma gli animali più consumati nei banchetti sono animali d’allevamento: buoi, pecore, capre, e soprattutto porci. Il libro XIV dell’Odissea, in particolare,  ci offre notizie per quanto riguarda il maiale e vi fa spicco la figura del porcaro Eumeo.

Altri cibi ai tempi di Omero:

 Ci chiediamo  se davvero gli eroi omerici non mangiassero altro che carne, per esempio pesce o formaggio, legumi, o le olive (tanto amate dai Greci nei secoli posteriori ).

La risposta non solo plausibile  ma attestata letterariamente da Ateneo (fine del II° sec. d. C.) è che mangiassero tutte queste cose ma non le trovassero degne d’essere citate in un contesto eroico-aristocratico.

  • Qualche informazione su alimenti che non fossero carne la desumiamo dall’Odissea: i compagni di Odisseo saccheggiano per esempio le provviste di formaggio nell’antro di Polifemo. 
  • Sempre nell’Odissea leggiamo che in Sicilia, esaurite le provviste di bordo, essi si adattano a cacciare e pescare, ma appena avvistano le mandrie di buoi sacre ad Apollo vi si precipitano sopra, quasi stessero davvero morendo di fame: perché pesce e cacciagione   questi parametri poi muteranno, – erano considerati cibi degni solo della povera gente.
  • A proposito della pesca, quella del pesce spada viene citata già da Omero nel XII libro dell’Odissea  quando si parla di Scilla (stretto di Messina), la troviamo poi descritta dettagliatamente secoli dopo, da Polibio, storico greco del II° sec. a.C.
  • Prendendo in considerazione l’epoca classica, prima di parlare di alimenti vorrei soffermarmi un attimo sulle regole di Ippocrate,  il primo medico della società occidentale (460-377 a.C.)) ,perché i 3 libri della sua Dieta erano davvero molto famosi già nel V sec. a.C.. Il termine dieta in greco non indica certo un metodo per dimagrire o per ingrassare ma significa regime di vita. I libri della Dieta di Ippocrate offrono validi insegnamenti sulle sostanze dolci, grasse o salate e sulle proprietà degli alimenti classificati per natura, freddi e caldi, secchi e umidi; ecco un semplice assaggio di dieta ippocratica: 
  1. Mangiate tutto ma solo un po’ di tutto  
  2. Se ti piace mangiare, non mangiare fino al punto in cui non puoi più mangiare 

Ai capisaldi di un’alimentazione sana  andava  poi abbinata, secondo i dettami della Di@aita di Ippocrate, un’attività fisica ”proporzionata alla quantità di cibo, alla costituzione del paziente, all’età e alla stagione dell’anno”.

 

A proposito della cucina di pesce:

 

 il pesce, spregiato nei poemi omerici, divenne fra il V e IV secoloa.C. cibo molto amato anche se abbastanza caro nelle specie più pregiate, proprio come oggi.  Era comunque l’alimento più diffuso in epoca classica soprattutto nelle città greche di mare e in Magna Grecia (ampiamente attestati sono i rinvenimenti di conchiglie negli abitati) 

  • l’attività della pesca è testimoniata dal rinvenimento di ami in bronzo di varie misure e di altri attrezzi che servivano per la riparazione delle reti.
  • è significativo che il termine  opson, che designava ogni alimento che non fosse il pane, sia poi passato a indicare più propriamente il pesce, tanto che il termine del greco moderno che indica il pesce ne deriva direttamente  nella parte radicale, con l’elisione della prima vocale (psàri). 
  • insieme al pane, il pesce era probabilmente il cibo principale della popolazione di Atene e delle altre città costiere; i pesci più comuni o le parti meno pregiate del tonno  venivano affumicati o conservati sotto sale  e dovevano  costituire il principale companatico per gli strati sociali meno abbienti della popolazione.  
  • grande era la varietà dei pesci conosciuti: seppie, gamberi, polipi, anguille, tonni, solo per citarne alcuni, cui si aggiungeva anche un gran numero di molluschi, frutti di mare e crostacei: cozze, ostriche, aragoste, e vari generi di conchiglie tra le quali troviamo i chichiballi a noi sconosciuti; famosi erano i crostacei di Smirne e le aragoste di Alessandria.
  • il pescato veniva cucinato in vari modi; si spaziava dal grigliato, al rosolato, allo stufato e negli autori antichi è citato l’uso di avvolgere alcuni tipi di pesce nelle foglie di fico; spesso veniva mangiato anche crudo. 
  • talune specie di pesce particolarmente saporite e ricercate costavano troppo per figurare sulle tavole dei poveri, come le celebri anguille del lago Copaide (in Beozia, vicino alla città di Tebe; oggi il lago è completamente prosciugato) che  lo storico Pausania  ricorda come molto grosse e di sapore dolcissimo.  Gli Ateniesi erano infatti ghiotti di pesce d’acqua dolce quanto di pesci marini, come il tonno. Amavano anche i frutti di mare, conchiglie e molluschi, e le seppie e i calamari che abbondavano lungo le coste dell’Eubea e che costituivano una risorsa così importante per i pescatori di Eretria che tale città aveva assunto, come segno distintivo della sua moneta, un calamaro.
  • una vera e propria specialità era poi costituita dalle “afìe“, cioè i neonati delle trote, le più rinomate delle quali provenivano dall’isola di Rodi.
  • soltanto alcuni tipi di pesce, soprattutto il ‘pesce azzurro’ aveva un costo basso perché era pescato localmente. Ad Atene nella dieta popolare non mancavano mai  le saporitissime acciughe del Falero (l’antico porto di Atene) che gli ateniesi non agiati consumavano anche crude, comprandole nei banchetti gestiti da stranieri e mangiandole  per strada; sappiamo dalle fonti  che ogni aumento del prezzo delle sardine e, appunto, delle acciughe del Falero preoccupava la popolazione più modesta che temeva di doversene privare.
  • sempre ad Atene c’erano molti mercanti di conserve in salamoia (tarichoi) che vendevano pesce (e carne) conservato sotto sale o affumicati.

 

La commedia (antica/ di mezzo/nuova) ci  informa sugli usi alimentari del periodo classico.

  • sul costo dell’ingrediente pesce Aristofane ci dice che il mercato del pesce era  un ottimo banco di prova per scoprire i falsi poveri e quindi ne deduciamo l’alto costo. 
  • La varietà dei cibi era diventata ormai la norma dei grandi banchetti: nella commedia di Aristofane nelle Ecclesiazouse, troviamo  la mostruosa parola di 170 lettere  nella quale Aristofane fonde, a scopo ludico, il lungo  menu dell’immaginario banchetto comune tra Ateniesi e Spartani messo in piedi  dal nuovo regime delle donne in una sola parola.

Ferecrate, commediografo contemporaneo di Aristofane,  nella sua commedia Minatori  ci offre la descrizione del regno dei morti  immaginata come  il vero e proprio  Paese di Cuccagna.

In Menandro (342-291a.C.),  il più grande commediografo della Commedia Nuova, l’amore per il cibo  non viene più considerato un elemento comico, da mettere alla berlina  e  in molte sue commedie uno dei personaggi è il cuoco, chiamato ma@geirov  che Platone definisce uno che oltre a saper cucinare  sa sgozzare, scuoiare e tagliare a pezzi le carni. Ricordo che chi sa solo cucinare era chiamato semplicemente  oèyopoio@v) 

Il cuoco in Menandro era sempre uno schiavo che, come libero professionista,  veniva noleggiato a giornata per imbandire un pranzo importante e nel Fa@sma (Apparizione) il cuoco di turno alla fine del pranzo si presenta agli invitati dicendo: Applauditemi se il pranzo che ho preparato vi è sembrato (poiki@lh) vario/variopinto/dai molti colori. L’appellativo attribuito al pranzo ci suggerisce non solo la varietà dei cibi ma soprattutto dei colori delle varie portate.

 In generale erano particolarmente apprezzati i sapori forti e l’agrodolce, e si faceva grande uso di spezie, in particolare coriandolo, cardamomo, e cumino; tra i condimenti si utilizzava la maggiorana, la menta, la mirra, il pepe, il silfio e il timo. Vera e propria ghiottoneria era il gàron, una salsa piccante che si otteneva facendo macerare insieme piccoli pesci di mare interi, salati e seccati al sole.

Ci si può lecitamente chiedere che fine faccia l’uso della carne nel periodo classico: sicuramente la maggior parte degli Ateniesi di città dovevano nutrirsi  più spesso di pesce (pesce azzurro) che di carne. Raramente e per lo più dai ricchi, era consumata la carne, tranne quella di maiale (un porcellino di latte valeva 3 dracme) e i poveri di città la mangiavano solo di tanto in tanto in occasione dei sacrifici, perché quasi tutte le feste religiose contemplavano  la  macellazione e terminavano con distribuzione di carne o solenni mangiate gratis. In campagna invece i proprietari terrieri agiati  mangiavano  in abbondanza maiale, volatili, capretti, montoni e naturalmente la selvaggina che si procuravano cacciando.

Molto presenti nella cucina greca antica erano  i legumi (che apportavano quelle proteine necessarie a sostituire la carne) e in parte gli ortaggi (diffusa la coltivazione del cavolo, caule).  

Il primo vero «maître à penser» culinario della cultura greca nel IV sec. a.C., dunque non un semplice cuoco, fu Archestrato di Gela, un ricco signore che girò il mondo alla scoperta dei cibi migliori, dei prodotti migliori, delle rarità e ricercatezze gastronomiche tipiche dei vari paesi del Mediterraneo. Per questo motivo lo storico Pausania  lo definisce il periegeta della cucina.  

Prima di Archestrato, nativo di Gela in Sicilia, la storia della cucina siciliana vanta  già  una lista di buongustai gastronomi  come  Epicuro Siracusano  a cui seguì Miteco.  

Archestrato è il primo scrittore  che ha scritto in versi dell’arte gastronomica in un poema intitolato Hedypàtheia (Le delizie della vita oppure meglio Il piacere del gusto) composta intorno al 330 a.C., una vera e propria guida gastronomica autoptica, perché frutto di osservazione diretta.  

Dobbiamo a Ateneo (II° sec. d. C.) la trascrizione di circa 300 frammenti dell’opera di Archestrato da lui soprannominata Gastronomia ( Gαστρονομίa : γαστήρ  [stomaco»]+ νομία [regole])   attribuendogli  l’epiteto di ηéδονικός φιλόσοφος , cioè studioso esperto di ciò che riguarda il piacere, naturalmente a tavola. 

Tracce del componimento di Archestrato affiorano  negli usi gastronomici di Roma già prima della trascrizione fatta da Ateneo; li troviamo in  autori della prima metà del I sec. d.C. : nell’opera culinaria di Apicio e nella Satira IV del libro II di Orazio. 

Archestrato non fu mai il cantore di tavole povere, i suoi gusti erano particolarmente raffinati ed il suo motto emblematico era comprare all’istante quanto fa comodo, senza questionare sul prezzo. 

Dal punto di vista letterario, il suo modo di esporre divenne canonico e porta appunto il nome di schema archestrateo, lo schema che contraddistingue i ricettari più seri dove si nota lo sforzo di coniugare la ‘ricerca sul campo’ degli ingredienti, i più vari, con dettagliate e precise ‘istruzioni d’uso’: …..a  fianco metti qualche  cappero spezzettato, e se desideri ancora più sapore aggiungi  dell’aceto forte; fallo assorbire bene, e poi mangia in fretta, senza paura di soffocarti per troppo zelo. La parte rimanente del pesce….andrebbe infornata. A questo proposito va sottolineato come Archestrato indichi perfino la stagione migliore per il consumo di ogni cibo; e per le specie ittiche poi, considerando che più di 200 vv. su 300 sono dedicati all’ingrediente pesce, indica addirittura quando e dove comprare la miglior specie al miglior prezzo; tutto ciò viene poi seguito dalla ricetta vera e propria.   

Sono continue le sue insistenze per una cucina naturale e genuina, in cui la fanno da padrone gli ingredienti di pregio (come pesci rari, freschissimi e costosi), una cucina  che prevede pochi e semplici condimenti che non coprano assolutamente il profumo e il gusto della componente base del piatto ( gli intingoli lui li chiama untumi): solo olio, sale e, quando occorre, aceto (sottolineo che gli antichi non ebbero il limone prima di una certa epoca, e quando lo ebbero lo usarono principalmente contro le tarme o come antidoto ai morsi dei serpenti. Non passò mai loro per la mente che esso potesse avere anche un uso alimentare) e erbe aromatiche. Ecco un passo proverbiale: Se tu, caro Mosco,  insisti di voler conoscere il modo migliore di condire quel pesce, avvolgilo in foglie di fico con la maggiorana, non troppa. Niente formaggio, non diciamo assurdità! Avvolgilo semplicemente in foglie di fico, e legalo in punta; lascialo sulla brace  e rifletti bene sul tempo di cottura,  finché sia cotto senza bruciare. Fai in modo che arrivi dall’amabile Bisanzio, se desideri il meglio, ma anche se sarà pescato qui intorno, avrai un ottimo ingrediente. 

Archestrato non disdegna neppure il pesce povero, come il serrano   o lo sgombro che  deve essere conservato per tre giorni prima di essere messo sotto sale, in acqua salmastra entro un’anfora nuova
 La sua polemica più accesa è rivolta contro gli eccessi della cucina Siciliana, davvero celebre  per la varietà dei piatti, ma, specie quella Siracusana, criticata  per eccessiva elaborazione e pesantezza; leggiamo infatti l’accusa ai cuochi Siracusani di essere troppo barocchi, fino a guastare coi loro eccessivi condimenti, alimenti eccellenti di per sé, mascherandone e snaturandone i sapori. Archestrato non è solo un raffinato ‘buongustaio’ ma, quando parla del numero opportuno dei commensali ad una tavola imbandita, coglie non solo la forma e il decoro della mensa ma anche la sostanza del  ‘piacere di stare a tavola in compagnia’; al proposito, Ateneo riferisce così  l’incipit dell’ opera di Archestrato:

Offro lezioni all’intera Ellade …fate in modo di servire il pranzo su di una tavola molto ben apparecchiata. Vi si dovrebbero sedere in tre o quattro al massimo, o a limite non più di cinque. Altrimenti noi dovremmo imbandire una  mensa da campo per soldatacci che vivono di rapina.  

 Per aver invitato a spendere oltre la norma per godere del piacere del gusto, Archestrato  fu molto contestato sia dagli storici ellenistici che dai filosofi stoici, dediti alla massima morigeratezza,  tanto che lo stoico Crisippo (III° sec. a.C.) scrisse testualmente su di lui: ha forse tralasciato qualcosa questo bel tipo di poeta epico fra tutto ciò che può distruggere la morale, lui, unico uomo al mondo a voler  emulare la vita di Sardanapalo? Occorre notare però che, se Crisippo ce ne parla, è proprio perché Archestrato, diventato famoso, arrivò ad educare, quasi in modo irreversibile, il gusto dei suoi contemporanei. 

Cristina Catardi

 

 

 

 

 

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